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“Tutto è
cambiato” ci ripetono in continuazione i nostri nonni. Le
opportunità, le abitudini, le mode, tutto è diverso da
quando ad avere la nostra età erano loro ed i nostri
genitori non erano nemmeno ancora nati. In effetti è proprio
così, anche per quanto riguarda la nostra disciplina
preferita.
Pensate solo al ruolo che ricoprono i cosiddetti wrestlers
“italiani” in WWE al giorno d’oggi, nel nuovo millennio
abbiamo avuto in nostra rappresentanza il trio dei Full
Blooded Italians (Nunzio, Johnny Stamboli e Chuck Palumbo) e
al momento Santino Marella. A conti fatti hanno portato nel
nostro paese ad ora già ben quattro titoli da campione (due
Cruserweight Titles per Nunzio e due Intercontinental Titles
per Marella), però a parte queste sporadiche affermazioni,
quante volte siamo stati veramente orgogliosi dei nostri
rappresentanti? Hanno collezionato più brutte figure che
matches in federazione ed ormai gli unici momenti nei quali
possiamo sorridere grazie a loro sono solamente riferiti a
qualche sporadico battibecco portato fortunatamente a casa
base solamente perché l’americano di turno decide di
risparmiarli compatendoli.
A ben altro splendore erano abituati i nostri nonni ai
tempi, in loro rappresentanza un atleta realmente italiano,
proveniente da Pizzoferrato, in Abruzzo, un uomo che nato il
6 ottobre 1936 all’età di quindici anni si trasferì con la
famiglia in cerca di uno stile di vita migliore in America,
a Pittsburgh. Li, dopo qualche anno di comune gavetta riuscì
ad approdare alla WWWF (attuale WWE) di Vince McMahon Sr. e
fu da allora che iniziò la vera e propria ascesa verso
l’Olimpo di Bruno Sammartino.
Non
starò qua ad elencare per filo e per segno tutte le tappe
della sua straordinaria carriera descrivendo ogni match ed
ogni nota relativamente importante (per questo esistono le
biografie), ma mi soffermerò su qualche fatto, su qualche
cifra, su qualche considerazione che lo ha reso ai tempi
moderni uno dei più grandi atleti nella storia del wrestling,
capace di essere importante per la sua disciplina e per la
sua epoca come probabilmente solamente gente del calibro di
Hulk Hogan e Stone Cold Steve Austin, traslando il discorso
in ere successive, furono in grado di esserlo.
Non certamente un maestro di tecnica come altri ai suoi
tempi Sammartino sopperì a questa mancanza con tutto quello
che poteva a quell’epoca fare impazzire la gente, un fisico
enormemente massiccio e muscoloso, una forza abnorme, un
grande carisma e una volontà di compiacere la gente a
livelli massimi. Lottava addirittura sei sera a settimana e
mettendo in ogni singola apparizione la grinta e la voglia
della prima volta su un ring, appariva al pubblico come il
classico bravo ragazzo che aveva dovuto sudare ben più delle
canoniche sette camicie per arrivare dove era arrivato e
nonostante fosse riuscito nell’impresa, il ragazzo, ormai
uomo, era rimasto di una semplicità e di una disponibilità
verso il prossimo che solo una persona che ha vissuto
veramente gli stenti e la fatica può mantenere una volta in
quella posizione.
Assieme a questa non comune semplicità e bontà d’animo l’“Italian
Strongman” riuscì ad unire nel quadrato risultati anch’essi
fuori dall’ordinario e probabilmente mai più possibilmente
replicabili in era moderna. In WWWF vinse una volta lo
“United States Tag Team Championship” e due volte l’“International
Tag Team Championship” ma ciò che lo rende ancora oggi una
leggenda furono i due regni da “WWWF World Heavyweight
Champion” durati rispettivamente sette e quattro anni.

Undici
anni complessivamente con la corona di re della federazione
e sette anni con un unico regno, due records che
probabilmente non saranno mai più raggiungibili e nemmeno
minimamente avvicinabili. Sconfiggendo più e più volte tutti
i migliori sulla piazza Sammartino riuscì a mantenere un
rapporto idilliaco col pubblico, tanto che ovunque andasse
una folla inimmaginabile di tifosi era sempre dietro alle
sue spalle. Giusto per sottolineare la sua grandezza
rendiamoci conto del fatto che Sammartino riuscì a riempire
tutti gli impianti australiani di un tour della federazione
di ben 21 serate consecutive o anche che riuscì a portare
40.000 persone nel Circo Taurino (conosciuto ai più come
Plaza de Toros) in Venezuela. Il dato che però più appare
maestoso riguarda il binomio, che ad un certo punto della
sua carriera li rese quasi riconducibili come una stessa
entità, fra lui ed il Madison Square Garden di New York,
l’attuale tempio del wrestling per eccellenza. Li fu nel
main event della serata per 211 volte e in ben 187 occasioni
di quelle, l’arena fu completamente “sold out”.
Ecco dunque solo qualche cifra e considerazione su quello
che Sammartino rappresentò per la crescita dell’attuale WWE
e per il movimento wrestling in generale. Oggi conosciuto da
tutti come “la leggenda vivente”, colui che probabilmente è
il più importante wrestler della storia assieme ad Hulk
Hogan, che poi fece esplodere quel boom mediatico che elevò
la federazione a livello mondiale, è italiano.
E
mai Bruno rinnegò le sue origini anche se a volte così
scomode in terra straniera, tanto da tornare nella sua città
natale addirittura a pochi anni da oggi, per riabbracciare
vecchi compaesani e conoscerne di nuovi, il tutto dove
adesso sorge una statua in pietra a lui dedicata. Tante le
lacrime nell’occasione per il grande atleta che ricordando
il passato ed i tanti sacrifici fatti dai genitori per
costruire “quelle quattro mura chiamate casa” ammette di
conoscere solo il dialetto e non l’italiano che si poteva
imparare a quei tempi solo andando a scuola.
Una storia toccante dunque ma decisamente a lieto fine per
un nostro orgoglio nazionale che ha saputo vivere il “sogno
americano” diventando addirittura un nostro simbolo di vanto
nel mondo. Un simbolo però non solo a noi caro, un emblema
di una vecchia realtà forse oggi non più così comune come ai
tempi e che anche in America ha lasciato il segno. Ad
Hollywood è persino in cantiere un film autobiografico
proprio sul lottatore, un film che si chiamerà: “In the ring
of honor: the Bruno Sammartino story" e che per alcune
riprese sarà proprio fra gli antichi vicoli ed i boschi di
Pizzoferrato, volendo così ripercorrere per filo e per segno
tutte le avversità che il campione dovette superare e che
anche un suo caro amico, con un simpatico aneddoto, ci
ricordò dicendo: “Bruno quando arrivò in America era così
magro che tutti lo prendevano in giro…”.
Una leggenda quindi, a cui noi tutti dovremmo dire il nostro
grazie, sia da connazionali sia da amanti della disciplina
che lui fra i primi contribuì a rendere sempre più grande e
famosa portandoci così un giorno, fra queste pagine
Internet, a leggere queste celebrative ma nostalgiche righe,
inneggiando un nostro campione, come ormai al tempo d’oggi
faticano a nascere, grazie Bruno.

“The Mitch”
Michele Guareschi
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