2012? No, grazie. 2010.
Non mi divertivo cosi da tanto, troppo tempo. Mi ero quasi
scordato cosa significava essere wrestling fan, quasi mi
chiedevo se valeva la pena continuare a seguire uno
spettacolo tanto bello quanto misterioso. Ed invece una data ha riacceso
in me vecchie passioni: 4 Gennaio 2010. Una bazzecola in
confronto al 21 Dicembre 2012. Da una
parte McMahon e Bret Hart, dall’altra Hogan. Il dado è
tratto. Signori miei abbiamo tra le mani una nuova fiorente
stagione per il nostro amato sport.
Finalmente soddisfatto di aver seguito per intero uno show
di wrestling, come non accadeva da qualche anno a questa
parte, sono rimasto stupito da piccole, tante cose. La TNA è
riuscita saggiamente a mescolare tutte le carte che aveva a
disposizione. Mescolate e rimescolate. Senza fallire colpo.
La WWE invece il colpo lo ha battuto. Fievolmente. Aveva in
mano il più grande come back che si potesse immaginare. Di
contro un grande carico di aspettative forse persino
maggiore a quelle della TNA, dalla sua la tracotanza di non
poterlo fallire essendo la Major per eccellenza.
La TNA ha messo i pezzi della sua scacchiera nelle giuste
posizioni, merce rara ai giorni nostri dove gli Sheamus si
difendono da avversari mediocri e dove i campioni stessi non
sono meglio. Hogan è tornato finalmente protagonista, con le
sue capacità di calamitare i fan non ha annoiato mai. E’
stato semplicemente se stesso. E’ stato il personaggio che
tutti amano, che tutti odiano. Ha avuto la libertà di agire
interpretando l’unico ruolo che gli si addice, quello di
primo attore.
In WWE le sue sembianze erano quelle di un fantasma; un
grande Shawn Michaels lo aveva rivitalizzato. Un Randy Orton,
wrestler bravo ma non un fenomeno, lo avevano affossato del
tutto. Tutto ciò di cosa era figlio? Semplice, Hogan non era
libero di agire. A Stamford era tornato ancora una volta
schiavo del personaggio tutto festoni e muscoli oliati,
tutto vitamine e sorrisi. Hogan è anche questo. Non è solo
questo. Contrabbasso, non più maestro di orchestra, aveva
perso la sua verve. Una Ferrari con il motore di una Punto.
La TNA ha solo riportato Hogan al momento della sua
evoluzione in WCW.
Lo stesso si è fatto con gli altri personaggi. Jeff Hardy è
stato immensamente Jeff Hardy in quel di Impact: è entrato,
ha soffiato via gli avversari, ha scalato la cima e nello
stesso momento la gloria fuggita. In fondo è amato dai suoi
fan per essere un ribelle, un wrestler senza regole libero
come il vento. Poco importa se magari tra qualche mese già
starà da qualche altra parte. Hardy è una scarica di
adrenalina, spesso passeggera, che contagia tutti. O di
malaria o di euforia.
Potremmo parlare di Sting, tornato silenzioso vendicatore
del cielo come già accaduto più di 10 anni fa, Ric Flair
ovviamente in Limo e cravatta, Scott Hall ed X Pac vecchi
Outsider con il vizio degli imbucati, intrattenitori,
personaggi, istrioni che, giustamente, si sono limitati a
parti extra ring recitando l’unica spartito rimasto nelle
loro corde. Ed ancora Angle ed AJ Styles faccia a faccia in
un ring a darsi battaglia, a cantare ed a portare la croce
perché se tutti si incazzano che nelle major il vero
wrestling manca loro sfoderano un match da PPV.
La TNA ha regalato a tutti i pezzi del puzzle. Sta a noi
comporli nel modo giusto. Vedendo la puntata di Impact il
caos la ha fatta da padrone. Un caos cercato, voluto proprio
per attirare il fan occasionale. Ha cavalcato una strategia
ormai inutilizzata da molti anni in uno show di wrestling,
quella che definisco la tattica logica-illogica. Ha
stravolto la situazione, quasi a confondere lo spettatore ma
senza mai farlo annoiare e soprattutto rendendolo partecipe
di situazioni che all’apparenza sembravano voci dal sen
fuggite e che invece non erano altro che indizi.
E’ un indizio Sting che guarda dall’alto l’operato di Hogan.
E’ un indizio il volto a fine puntata di Hogan dopo il
pestaggio subito da Foley. E’ un indizio l’apparizione di
Flair durante la contesa tra Angle e AJ Styles. E’ un
indizio l’assalitore misterioso. E’ un indizio l’attacco ai
Beer Money Inc. La risposta la lascio a voi. E’ questo il
sale del wrestling, dove ruota e sempre
ruoterà il nostro sport: essere un storia con una trama, con
uno svolgimento e con un finale spesso e volentieri
inaspettato.
Di contro Monday Night RAW e il Guest Host per eccellenza:
Bret Hart. 12 anni di litigate furibonde, di accuse e di
scuse. Il ritorno più inaspettato consuma il primo round nel
modo più inaspettato. Distintosi non per bellezza, ma per
semplicità, per scontatezza. E null’ altro. Tanto di portata
storica quanto di rara pochezza. La WWE si è limitata a dare
il minimo indispensabile ai fan. Ha portato Hart a RAW ma è
riuscita a portare con lui lo spirito che lo aveva
contraddistinto per tutta la sua gloriosa carriera. Anche la
WWE ha portato tutti i pezzi del Puzzle. Scordandosi,
purtroppo, le istruzioni.
L’abbraccio tra lui e Mr. Shawn Michaels resterà negli
occhi di tutti. Magari tra qualche anno perché si sa, il
tempo oblitera ed ingigantisce tutto. Adesso rivivere quello
spezzone è un chiaro esempio di ciò che poteva essere e
semplicemente non è stato. Tutti ci aspettavamo Bret Hart.
Ma il vero Bret Hart, non il fantasma dell’ultima serata.
Non me ne voglia The Hitman ma credo che un personaggio come
lui si sia fatto coinvolgere in un simile evento solo a
causa di forze maggiori, sicuramente non per spontanea
volontà.
Di lui è rimasta la maglietta, l’occhiale, lo slang
tipicamente canadese ed i capelli lunghi. Ne più, ne meno.
La rabbia e la grinta che lo avevano caratterizzato in
questi 12 anni di esilio? Dissolta. Uno come Bret fino a
ieri non voleva neanche guardare in foto McMahon o Shawn
Michaels. Sono bastati 20 minuti in due per firmare due
armistizi? Pardon, sono bastati 20 minuti in due per una
tregua olimpica ed una presa per il culo in diretta
nazionale?
Shawn Micheals timorato da dio si scusa. Hart lo abbraccia.
Non sto qui a sindacare se la provvidenza esiste o meno. Ma
vederli eterni rivali mi faceva sognare molto di più. Poi ti
capita il solito Vince che parla, anzi straparla per un
quarto d’ora. Hart, interpretando Homer Simpson, risponde
con pacatezza e giù con una stretta di mano. McMahon di
contro, in preda ad un raptus, parte con un calcio nei
coglioni. Esce. Hart si rialza. Forse incazzato, forse
basito. Sicuramente spallato in ogni accezione del termine e
non batte ciglio restando fianchi in mano.
Il feud continuerà ma a che prezzo? Il solito. Hart si
vendicherà a Wrestlemania, McMahon come sempre resterà o con
il sedere in faccia di qualcuno, o sporco di merda, o con la
testa rasata. La poca passione di Hart, direi giustificata,
ha portato ad una puntata che all’occhio del telespettatore
medio passerà come buona. Tra 10 anni diventerà storica. Tra
20 ci faranno un film. Ma ai miei occhi, fan di Hart da una
vita, passerà solamente come il sacrificio sull’altare di un
pezzo di storia della WWF usato come Clinex per ripararsi
dal raffreddore chiamato TNA. Ma Vince… Basterà a non
ammalarsi?
Francesco
"Fondo"
Gorzio