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The End
Nato ad El Paso il 9 ottobre 1967 morì esattamente tre anni
fa, proprio il 13 novembre 2005, questa volta a Minneapolis.
Me lo ricordo perfettamente quasi come fosse ieri. Successe
di domenica, il pomeriggio inoltrato volgeva alla sera, non
mi torna ora alla mente cosa stessi facendo di preciso in
quell’istante ma mi ricordo l’allora suoneria del cellulare
all’arrivo di un messaggio, messaggio di un amico che
recitava: “E’ morto Eddie Guerrero! Guarda il televideo”.
Restai pietrificato per qualche secondo, provai a
rileggerlo, pensai ad uno scherzo ma allo stesso tempo non
riuscii a credere nemmeno a quello, quel mio amico non è uno
solito a fare scherzi e soprattutto non di quel genere.
Andai allora davanti alla TV, presi il telecomando e andai
alla pagina sportiva del Televideo come chiesto nell’sms,
era segnalata una notizia di wrestling, era davvero morto
Eddie Guerrero, trovato esanime nella sua camera d’albergo,
si scoprirà poi solamente dopo l’autopsia, colpito e
condannato da un arresto cardiaco.
All’epoca io avevo diciassette anni e quello era il primo
lottatore a cui ero realmente affezionato venuto a mancare
ancora durante il periodo d’attività. Di wrestlers
ritiratisi purtroppo deceduti ne avevo già sentiti parecchi
e suppur avessi giocato con loro grazie alle mie vecchie
“Action Figures” di inizio anni ’90 non avevo mai provato
prima una sensazione simile. Non è come quando muore una
persona di famiglia o comunque veramente cara ma è una
sensazione stranissima ed altrettanto sgradevole. Fino ad un
momento prima della morte lo consideri come un idolo, come
un personaggio fantastico dello sport entertainment, il
momento dopo ti accorgi che da quel momento è venuto a
mancare non un semplice idolo ma quasi un amico, ti rendi
conto che quella persona, seppur tu non l’abbia mai potuta
conoscere, era riuscita a trasmetterti talmente tanto che
anche se tutto ciò accadeva dall’altra parte dell’oceano era
riuscito comunque a trovare un posticino tutto suo nel tuo
cuore.
Anche provando a riflettere sul fatto che dopo tutto è morta
una persona a te estranea e che il fatto dovrebbe quindi
portarti a reagire come ad una qualsiasi altra morte che
potrebbe essere accaduta in quello stesso istante sia qui in
Italia come magari in Africa o in qualsiasi altra parte del
mondo, ti accorgi che quella morte per te ha assunto un
significato tutto suo e particolare, e proprio in quel
momento ti rendi davvero conto dell’enorme carisma e
personalità di Eddie Guerrero anche come uomo oltre che come
personaggio e lottatore, perché se una persona che con te
non ha mai avuto niente a che fare riesce a trasmetterti
così tanto alla sua morte vuol dire che in vita aveva saputo
darti veramente tante emozioni.
Nel bene o nel male penso che tutti noi siamo stati legati
al personaggio di Guerrero almeno in qualche momento della
sua carriera, chi più e chi meno tutti abbiamo tifato Eddie
almeno una volta nella vita, sono pronto a scommetterci,
troppo bravo e troppo carismatico nei suoi atteggiamenti sia
dentro che fuori dal ring per non diventare simpatico al
pubblico, anche da “heel” aveva i suoi sostenitori e questo
vuol dire tanto. Io sinceramente uno con una tale mimica
facciale e con la capacità di farti sorridere e capire tutto
di una determinata situazione solamente con un’espressione
del viso come sapeva fare lui non l’ho forse mai più visto.
Personalmente iniziai ad “impazzire” per lui e sempre di più
per il suo personaggio nel 2003, quando assieme al nipote
Chavo formava il tag team “Los Guerreros”, divertimento
assicurato ogni volta che nell’arena riecheggiava il
classico, poi diventato anche tormentone, “Viva la raza”.
Eddie “impersonificava” uno strano stereotipo, per certi
versi bizzarro “eticamente” parlando, il suo motto era “lie,
cheat and steal” ovvero “mentire, imbrogliare e rubare”
seppure il suo personaggio fosse dichiaratamente un “face”
amatissimo dalle folle. Uno dei suoi più divertenti “pezzi”
di repertorio era quello di prendere una sedia, sbatterla a
terra provocando in questo modo il classico rumore di una
sediata, lanciare l’oggetto in mano all’avversario e
stendersi a terra dolorante fingendosi atterrato da quel
micidiale colpo e cercando così di indurre l’ingenuo arbitro
di turno a squalificare il rivale seppur in quel caso
innocente.
Pensandoci bene forse era proprio per questo che era così
tanto amato, imbrogliava si, lo ammetteva lui stesso, ma in
questo modo riusciva molto spesso a fregare l’”heel” della
situazione portandoci tutti inevitabilmente a schierarci con
lui, chi d’altra parte non avrebbe mai voluto imbrogliare il
proprio malvagio rivale con i suoi stessi sporchi trucchi?
Lo strano caso del destino, e a volte viene da chiederci se
tutto sia fatto proprio apposta, finì esattamente in quella
maniera il suo ultimo match prima di morire.
D’altronde per tutta la sua vita Eduardo Gory Guerrero
Llanes (questo il suo nome completo per chi non lo sapesse)
è stato oggetto di discussioni e controversie, durante la
sua carriera più volte Eddie ebbe problemi legati all’abuso
di alcol, droghe e stupefacenti, ma anche questo fatto a mio
parere portò molta gente dalla sua parte. Riuscendo
finalmente a sconfiggere qualsiasi sua dipendenza
definitivamente intorno al 2001 divenne in quel modo
portavoce di molte persone nella sua medesima difficile
situazione. Lui stesso disse: “Se la mia storia può avere
un’influenza positiva su qualcuno, se qualcuno sta avendo
gli stessi problemi che ho avuto io, questi possono dire:
“Se Eddie ha avuto aiuto, anch’io dovrei chiedere aiuto,
perché c’è ancora speranza”.
Parole pesanti, sentite, profonde, che saranno sicuramente
servite a qualcuno per trovare la forza interiore
fondamentale per combattere quel tipo di battaglia molto più
difficile da vincere di un qualsiasi incontro di wrestling.
Una lunga battaglia la sua che dopo averlo portato alla fine
di quella delicata situazione lo ha aiutato a coronare anche
il sogno di diventare per la prima volta WWE Champion nella
magica notte di No Way Out 2004, nell’incontro contro Lesnar
capace di portare a livelli stratosferici i battiti del
cuore di un qualsiasi tifoso nel momento dell’interferenza
di Goldberg, così permettendogli solo qualche settimana più
tardi di poter essere sul ring una volta finito il main
event di Wrestlemania XX assieme ad uno dei suoi due più
grandi “Amigos” (da cui deriva appunto la celebre mossa)
Chris Benoit, neo laureatosi in quella stessa notte World
Heavyweight Champion anch’esso per la prima volta.
Guerrero e Benoit, due atleti molto diversi fra loro ma allo
stesso tempo anche molto simili, amici inseparabili dentro e
fuori dal ring avevano tante cose in comune, forse
addirittura troppe se pensiamo a quella che più li accomuna
al giorno d’oggi è cioè di essere due wrestlers scomparsi
purtroppo prematuramente. Ma per questo le mie parole
possono fare davvero poco, nulla se vogliamo essere sinceri,
ma è bello comunque anche solo il ricordo. E se qualcuno mi
accuserà per aver ripreso questo argomento dopo tre anni
dall’accaduto, quando ormai tutto è stato scritto e
purtroppo non più modificabile, io risponderò dicendo a loro
che il ricordo è l’unico modo per tenere in vita certi
sentimenti nelle persone, perché se anche non più presenti
fisicamente fra noi possiamo farli rimanere almeno
nell’animo; è brutto dimenticare, è vero, può sembrare più
facile in confronto al dolore del ricordo, ma esso è però
l’unica arma che abbiamo a nostra disposizione per onorarli
e non rendere nulla vano.
Come disse qualcuno però “Un’immagine vale più di mille
parole!”, io vi regalo anche un video che per me è sinonimo
di pelle d’oca tutte le volte che lo visiono…
Come da il titolo a questo punto non mi rimane che salutare,
perché non a caso questo editoriale è uscito il 13 novembre
e trattando come argomento la compianta morte di Eddie
Guerrero, assieme alla “fine” di Eddie voglio unire
metaforicamente anche la “fine” (spero momentanea)
dell’editoriale. Come avrete potuto notare ultimamente non
sto più riuscendo a mantenere la cadenza stabilita dei
numeri, chiudo quindi i battenti nell’attesa che il tempo
torni a farmi dolce compagnia per il proseguo di questo
editoriale che spero, in questi sedici numeri, abbia
comunque saputo regalarvi anche solo una piccola emozione,
see you soon!!!
“The Mitch” Michele Guareschi
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